Jason Kay

Jay Kay
Jay Kay

Figlio d’arte, madre cantante jazz e padre chitarrista, Jason Cheetam nato il penultimo giorno dell’anno 1969 è figlio di un parto gemellare a cui purtroppo è sopravvissuto lui solo. Passa l’infanzia al seguito della madre, in un mondo fatto di lustrini, musica e sedili di auto utili a spostarsi da un teatro a un concerto.

La sua personalità di forma molto più dietro le quinte degli show a cui partecipa la madre che non sui banchi di scuola e sovente negli anni dell’infanzia si trova a cambiare casa e spostarsi in giro per l’Inghilterra al suono degli artisti che getteranno le basi dei suoi gusti musicali tra cui: Gill Scott Heron, Dinah Washington e Roy Ayers.

Sono passati ormai 15 anni da quando un ragazzino londinese con una voce fuori da tutti gli schemi e dal comune ha messo insieme una band divenuta storica, i Jamiroquai.

All’inizio fu un brutto periodo in cui dovette cavarsela da solo per le strade di Londra a spronare Jay verso la musica come qualcosa di molto più di un hobby e l’incontro con Wallis Buckannan fu il motore propulsore della decisione di radunare un gruppo di amici e formare una band.

Il primo brano When You Gonna Learn e il passaggio di quest’ultimo su Kiss Fm, radio londinese, fece si che la band venisse contattata dalla sua prima etichetta discografica la Acid Jazz con la quale nel 1993 uscì il primo album: Emergency on Planet Earth.

L’album toccava alcuni dei temi più cari a Jay, l’ambientalismo, la stupida inutilità delle guerre e lo faceva esprimendosi al meglio con un sound inconfondibile e che diventerà il pilastro su cui si fondano ormai quasi 15 anni di storia della band e dei fans a loro legati. La voce di Jay risuonava limpida e irresistibile al punto tale che in diversi pensarono che la voce solista della band fosse una donna di colore arrivando a credere che quel “ragazzino” bianco stesse solo scherzado con qualcosa di più grande di lui.

Ma non scherzava affatto, tanto è vero che la Sony BMG offrì alla band un contratto mai visto prima, in cui li vincolava ( o come più tardi si saprà vincolava Jay ) per ben 8 album.

Il mondo della musica fu scosso, chi credeva di essere questo “white boy” ?

Iniziarono a circolare voci su presunti rifacimenti a Stevie Wonder, i clichè si sprecarono ma non arrestarono il ciclone Jamiroquai anche se probabilmente non lo resero esattamente entusiasta.

Nel 1994 sotto la guida del manager Al Stone uscirono con un nuovo album The Return of the Space Cowboy e l’acclamazione divenne globale, dai club inglesi passando per Francia, Italia, Spagna, Australia, Sud America e arrivando fino al Giappone tutti volevano i Jamiroquai, tutti amavano i Jamiroquai e tutti proclamarono Jay come leader incontrastato del panorama musicale mondiale.

Anche l’Usa, chiusa nei suoi meccanismi di mercato musicale mordi e fuggi, fu conquistata e capitolò nonostante le spesso aspre critiche alla politica interna e estera mosse da Jay, evidentemente non era il solo a pensarla in quel modo.

Di nuovo arrivarono le critiche, l’album era ispirato alle droghe..quel “everything is green / brown uhhhhhhh and good” non piaceva, ma Jay non aveva mai fatto mistero del fanno di apprezzare la marijuana nelle sue più svariate forme, anzi con sommo piacere dei suoi fans incitava alla legalizzazione sia nelle interviste che nelle esibizioni dal vivo.

Con il terzo albumTravelling without moving iniziarono ad arrivare quelle critiche sterili sulla sua vita personale che ancora oggi sono tra le più gettonate, siccome poco c’era da criticare musicalmente se non una leggera tendenza più dance che funk (ammesso che sia criticabile) i media e chi non apprezava o trovava scomoda la band si buttarono a pesce su Jay e le sulle passioni per Ferrari, donne e droghe come se in qualche modo questo potesse sminuire il suo talento o l’ottimo lavoro svolto. In realtà l’album trattava argomenti scottanti e il primo singolo, vincitore di numerosi premi era Virtual Insanity ovvero un riferimento tutt’altro che velato alle tecnologie come ad esempio la clonazione o la manipolazione genetica sui quali si puntavano capitali illimitati, combinazione volle che il singolo uscì proprio il giorno in cui la pecora clonata Dolly fu presentata ai media, raramente canzone fù più profetica.

Con il passare degli album, si era ormai nel 1996 la band si era imposta come performer live di ottima qualità dimostrando che il talento vero si vede cantando e suonando dal vivo su palcoscenici di tutto il mondo.

Jay era in un periodo d’oro, faceva la cosa che probabilmente più gli piaceva al mondo, otteneva riconoscimenti a non finire e si prese anche diverse soddisfazioni personali testimoniate ai fans ad esempio con la risata dello stesso Jay che apre una delle canzoni più apprezzate dell’album Funktion.

L’album successivo fu Synkronized uscito nel 1999 e portava invece con sé una certa dose di amarezza per alcune cose andate male come l’uscita dalla band del bassista storico Stuart Zender per cui Jay scriverà King for a Day ma portò anche alcune delle canzoni più belle della band come Where Do We Go From Here , la mitica Soul Education , le romantiche e ispiratissime Falling e Butterfly e l’inimitabile Deeper Undergound che divenne la colonna sonora del nuovo film su Godzilla.

In tutte Jay dava il massimo e andava avanti a testa alta nonostante i detrattori, ancora una volta dimostrò che oltre ad essere un bravissimo cantante con un talento e una voce difficilmente imitabili nonostante le campionature era anche dotato di tutto il talento necessario a scrivere canzoni meravigliose in grado di emozionare dal Polo Nord a quello Sud superando barriere di classi, religioni e confini immaginati da cartine geografiche.

Jay Kay
Jay Kay

L’album del nuovo millennio fu A Funk Odissey largamente ispirato al film “2001 Odissea nello Spazio” di Stanley Kubrick.

L’infelice fine di una importante relazione sentimentale e una sorta di pausa introspettiva sono i motivi portanti che legano canzoni come Little L a You give me something, Corner of the Earth a Picture of my Life.

Ai fans Jay apparve più riflessivo e sempre meno soddisfatto del contratto con la Sony che da buona major musicale era molto più interessata alle vendite che non alla qualità musicale e che cercava di imporre il suo stile definito da Jay “Hits da tre minuti e mezzo” chiedendogli probabilmente anche di sacrificare quello che lui era interessato a trasmettere attraverso la sua musica per l’esaltazione del mero commercio.

I fans iniziarono a fare pressioni, si era sempre la loro musica e le canzoni erano belle e emozionanti ma il rapporto creato nelle tournè fece si che non si ingannassero sui cambiamenti avvenuti e si iniziò a guardare ai primi album come modelli perfetti di qualcosa di mai più raggiungibile nonostante le rassicurazioni plausibili da parte di Jay di voler sperimentare cose nuove.

Effettivamente la voglia di sperimentazione e di ricerca hanno sempre caratterizzato la band.

Nel 2002 la band regala ai fans un meraviglioso concerto all’arena di Verona da cui uscirà il dvd Live in Verona che la Sony accettò di inserire nel conteggio relativo ai famosi 8 album.

E’ il 2005 quando la voce di Jay torna in testa a tutte le classifiche insieme ad una band in cui diversi elementi sono cambiati ma che mantiene fede a quelle sonorità dance/funk che sono il dna dei Jamiroquai. Di nuovo Jay manda messaggi con canzoni come (Don’t) Give Hate a Chance e World That he Wants attaccando in questo caso direttamete le amministrazioni di quei governi partecipi agli atti criminosi compiuti a danni del loro stesso popolo e di civili innocenti pressochè in ogni continenete.

Dynamite contiene anche canzoni meno impegnate ma non per questo meno pregevoli come Feels just like it should, Dynamite e Time won’t wait e ancora una volta Jay fa il giro del mondo con la sua band portando la sua voce dall’Argentina al Giappone e finalmente in Australia dichiara di non poterne più della Sony e di non vedere l’ora di liberarsene arrivando a dire: “gli darò quello che vogliono, un bel greatest hits e poi a mai più rivederci” anche se in realtà usa termini ben più crudi.

Anche qui quanto Jay dice viene rispettato e nel 2006 vede la luce High Times Singles 1992-2006 sia in versione Cd che in versione Dvd in cui sono racchiusi tutti i migliori singoli prodotti dalla band in questi anni di enorme successo e in cui, Jay per non smentirsi e non deludere i fans che indubbiamente possiedono già tutte le canzoni e comprerebbero l’album solo per dimostrare il loro supporto alla band, inserisce due perle di nome Runaway e Radio con la quale farà scappare non pochi sorrisi.

Jay sulla sua Ferrari Enzo
Jay sulla sua Ferrari Enzo

Finalmente Jay è libero dalla Sony, libero di esprimere la SUA musica come meglio crede senza dover obbedire alle regole del mercato e nei concerti che seguono l’uscita del Gratest Hits comunica tutta la sua gioia per la ritrovata indipendenza artistica arrivando a sorridere all’ennesimo gossip sul suo probabile abbandono delle scene musicali con un sorriso storto e la frase: “It ain’t gonna happen” “non succederà” e i suoi fans che non potrebbero immaginarlo lontano dal palco e dal microfono esultano in attesa di vedere cosa Jay tirerà fuori dal tanto chiacchierato cappello questa volta.

Sicuramente quello che Jay ha passato a chi lo ascolta è la totale trasparenza a trattare argomenti some la sua dipendenza dalla cocaina, il voler star fuori dallo star system dichiarandosi ” un ragazzo che fa musica” e l’essere esente da quella supponenza così comune a chi ha fatto di una forma artistica la sua vita e il suo lavoro.

Chi non ha mai dato credito al suo lavoro ha sempre e solo visto i cappelli, le macchine, le modelle e gli eccessi ma chi ha voluto ed è riuscito ad andare oltre è stato riscaldato dalle emozioni e dalle intenzioni che sa trasmettere sia che indossi un cappello o dieci, che giri su una lamborghini o su una bicicletta e che esca con modelle o con suore carmelitane.

Indubbiamente Jay Kay è un personaggio e non è esente come nessun’altro da pecche e difetti ma ha creato un movimento intorno a lui, alla sua testa e alle sue corde vocali che ormai va oltre lui stesso e si identifica con la storia dei Jamiroquai e di quel ragazzino squattrinato che dal nulla ha creato magia negli stadi di tutto il mondo.

credits: Verena