Biografia dei Jamiroquai

Buffalo Man, logo dei Jamiroquai
Buffalo Man

La rivoluzione del white-funk.

Uno dei nuovi verbi musicali negli anni novanta passa attraverso la voce acuta, le plastiche movenze e gli stravaganti cappelli di Jason Kay, che dei Jamiroquai è profeta, frontman e leader indiscusso.

Un groove fatto di acid jazz, new soul, R&B e dance, che ha fatto boom in Inghilterra e da lì si è diffuso in tutto il mondo, facendo del gruppo prima un fenomeno di moda, poi una delle realtà più originali della scena musicale mondiale. Il copricapo con le corna, le mossette da breaker tarantolato, la voce inconfondibile hanno fatto di Jay Kay una superstar trendy forse anche oltre le sue reali aspirazioni.

Jamiroquai e Jason Kay sono pressoché la stessa identica cosa.

Jason nasce il 30 dicembre 1969 a Stretford, Manchester, e ha la musica nel Dna, visto che la madre è cantante jazz nei nightclub e nei ’70 tiene uno show in Tv. A 15 anni se ne va di casa e vive alla giornata, finendo a fare l’homeless e a inguaiarsi con la legge per piccoli crimini, finchè una serie di eventi scioccanti gli cambiano la visione delle cose: un accoltellamento lo riduce in fin di vita e viene arrestato per un crimine che non ha mai commesso. Jason torna a casa deciso a cambiar strada e di dedicarsi alla musica: in quell’istante nasce Jamiroquai, nome che unisce la sua passione per la musica di un certo tipo (Jam) e quella per il popolo pellerossa (Iroquais, la tribù degli Irochesi).

I Jamiroquai in una foto del 1992
La band in una foto del 1992

I primi demo che registra in casa colpiscono l’etichetta Acid Jazz, che a fine 1992 pubblica il singolo When You Gonna Learn?. Il successo è immediato e porta la band (Jason si era circondato del batterista Nick van Gelder a cui seguirà Derrick McKenzie, il tastierista Toby Smith, il bassista Stuart Zender e Wallis Buchanan al didgeridoo) a un importante contratto con la Sony, che scommette su Jamiroquai e lo opziona a lungo termine.

Il debutto sul long playing arriva nel 1993 con Emergency On Planet Earth ed è uno di quelli da ricordare: # 1 nella Top Ten degli album e 2 singoli (Too Young To Die e Blow Your Mind) nelle prime posizioni delle chart. La loro musica è un sano e divertente blend di ritmi funk, rock acido e soul anni 70′, ottimo per muoversi ma anche per riflettere, visto che i testi di JK abbracciano spesso la causa ambientalista e spiritualista. Fiati, archi e il possente backsound del didgeridoo costruiscono una texture di sfumature innovative rispetto al funk dell’epoca, facendo di “Emergency On Planet Earth” un esordio che oltrepassa i confini del dancefloor e getta le basi per il mito di Jay Kay, il ragazzetto col cappello di bisonte che si muove in maniera divina.

L’eco del disco si diffonde in tutta Europa, Italia compresa, che elegge Jamiroquai tra i must del momento, ma fatica ad affermarsi in America. Il secondo full length esce solo due anni dopo, perché Jason non vuole incappare nell’errore di impantanarsi già dopo la seconda uscita. The Return Of The Space Cowboy si affaccia sugli scaffali dei musicstore nel 1995 e si dimostra all’altezza del precedente, superandolo nelle vendite in Europa e comportandosi bene sul mercato giapponese. Da questo disco, ambizioso e dalla produzione super raffinata, riecheggiano grandi classici black degli anni ’70 come Sly & The Family Stone e Stevie Wonder, cui Jason viene sempre più spesso paragonato.

JK è una star, veste con naturalezza i panni del divo da party e spende gli astronomici guadagni acquistando auto da corsa: la sua passione sono le Ferrari, tanto che la copertina del disco successivo vede la sagoma di Jason inserita nello scudetto giallo della casa di Maranello.

Jamiroquai in una foto del 1996
Jamiroquai – 1996

La sua fama cresce ancora l’anno successivo, con la release di Travelling Without Moving, un terzo album che vende 11 milioni di copie e ottiene il disco di platino negli Usa, grazie anche a un memorabile videoclip in cui Jason danza tra pareti mobili e a un’esibizione infuocata agli MTV Video Music Awards 1997, dove ottiene ben 4 premi. Il suo pop impegnato continua e con risultati eccellenti: il singolo Virtual Insanity parla dei rischi legati all’ingegneria bio-genetica e sfonda le chart, al pari dei due singoli successivi, Cosmic Girl e Alright.

Jamiroquai segue la sua strada senza pensare al marketing e a chi gli consiglia di cambiare genere per stare al passo risponde che lui fa solo la musica che gli piace fare. Musica che tra l’altro lo ha reso una realtà dal pop internazionale e il tour mondiale che ne segue è la definitiva consacrazione.

Durante il lavoro per il follow-up, il bassista Zender si scontra duramente con JK, che lo caccia dal gruppo, lo sostituisce con Nick Fyffe e fa registrare da capo il disco per non dover pagare le royalties al rivoltoso. Prima dell’uscita di Synkronized, il folletto compone nel 1998 il singolo Deeper Underground, per la colonna Sonora di “Godzilla”, che ottiene un grande successo di pubblico (#1 in Uk). Il ’99 vede finalmente la release dell’ultima fatica (registrato nella nuova villa di campagna del Buckinghamshire), che ottiene altri 11 milioni di pezzi venduti, ma cade nell’anonimato presso il pubblico americano. Si tratta di un disco ricco di club-groove stile ’70, acid jazz contagioso, in cui i testi sono decisamente meno arrabbiati.

Nel 2001 è il turno di A Funk Odyssey, 10 pezzi che portano a maturazione la visione di “Traveling Without Moving”, e la arricchiscono di sonorità latin, rock classico, club culture. Il fusion funky raggiunge il suo massimo livello di espressione e, secondo la filosofia di JK, di emozione. Il disco piace a gente come Bootsy Collins e Gil Scott Heron mentre grandi miti black come Gang Starr, Guru, Busta Rhymes e Missy Elliot vogliono lavorare con JK e i critici più refrattari devono ammettere che dal vivo i Jamiroquai sono una grande band.

Una conseguenza quasi inevitabile è che Jason riempie sempre più spesso le cronache dei tabloid per le sue bizzarrie: risse, aggressioni a giornalisti, ubriachezza molesta, acquisti a raffica di superbolidi, progetti di apertura di un coffee shop a Londra…

Jamiroquai
Jamiroquai

Ma alla lunga lo status di star forse comincia a pesargli: dopo anni di party, sbornie, corse in auto e grandi conquiste femminili (tra cui anche Kylie Minogue), Jay Kay sembra voler cambiare vita. Verso la fine del 2002 dichiara sempre più insistentemente di voler abbandonare il musicbiz, con frasi (rilasciate al Sun) del genere: “Amo moltissimo i miei fan, ma con tutto il resto della merda non riesco proprio a trattare… tutto ha il fine di vendere, vendere, vendere ai ragazzi”. In realtà questo malessere nasconde anche l’insoddisfazione per le strategie della Sony rispetto al mercato americano, dove Jamiroquai ha piazzato solo 2 dei 27 milioni di dischi venduti. L’idea, dopo i concerti di fine anno, è quella di ritirarsi per un po’ e valutare con calma il da farsi. Nel frattempo esce un DVD del concerto registrato a Verona (Live In Verona, 14 pezzi di cui 2 in coppia con Beverley Knight), Jason incassa altri quattrini e acquista altre supermacchine (arriva a 4 Ferrari), ma decide anche di comperarsi un enorme cottage sulla costa scozzese, dove ritirarsi e, al limite, incidere canzoni da solo trasformando la foresteria in studio di registrazione.

Ma il richiamo del palco è troppo forte: dopo qualche anno di silenzio quasi assoluto, nei primi mesi del 2005 JK annuncia il ritorno sulle scene per l’estate con un nuovo album, Dynamite, caratterizzato da un uso massiccio di tecnologia ed elettronica. L’ultima fatica di Jamiroquai è anticipata dal singolo Feels Just Like It Should, e viene coronata da un lungo tour attraverso l’Europa.

Nel 2006 viene pubblicato High Times: Singles 1992-2006, il greatest hits con 16 grandi successi della band dal 1992 e i due inediti Runaway e Radio: la raccolta si piazza in vetta alle classifiche di vendita. Con questo ultimo album termina il contratto dei Jamiroquai con la Sony.

Attualmente la band è in studio al lavoro per il nuovo album che dovrebbe uscire per la metà del 2010, seguito da un tour mondiale.

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